Obama e il New Deal verde. Finalmente. E ora nessun idiota potrà più dire che gli Stati Uniti non collaborano all'abbassamento delle emissioni di CO2, e che di conseguenza per l'Europa non c'è alcun dovere di darsi da fare in merito. Anzi, gli stessi idioti dovrebbero prendere questa frase "La mia Amministrazione non negherà i fatti, si farà guidare da questi" e pensarci sopra. I fatti, quelli che loro hanno sempre negato, travisato, ricostruito ad arte, fra sorrisi, battutacce, razzismo sbandierato come patriottismo, demagogia travestita da efficienza, insomma la solita miscela che potremmo chiamare vecchia politica di immagine adattata alla società dei reality.
Rendiamoci conto dell'obiettivo (uno degli obiettivi) di Obama: entro il 2020 arrivare ad avere auto in grado di fare 15 km con un litro. Conseguenza: non sarebbe possibile vendere negli Stati Uniti nessuna BMW o Mercedes o SUV o berline medio grandi (per lo meno secondo le caratteristiche attuali). Una decisione del genere produrrebbe, in qualche nostro politico, di sicuro lo sdegno di chi deve difendere la categoria oppressa dei produttori di automobili. Poverini, perchè non li lasciate inquinare? A differenza dei nostri nani & ballerine, Obama aggiunge e precisa: "il nostro obiettivo non è di porre nuovi ostacoli ad un'industria già in pesanti difficoltà; è di aiutare i costruttori americani a prepararsi per il futuro". Aiutare e futuro al posto dei mezzucci per il presente, che sanno di defibrillatore.
Mentre spero ardentemente che il nostro governo, magari per moda, magari per farsi bello, faccia lo sforzo di dirigersi verso obiettivi analoghi agli attuali Stati Uniti, inviterei chiunque riempie ancora la bocca con la CAZZATA circa l'alto costo del fotovoltaico, a leggere un articolo del sole24ore che io stesso mi ero perso ed ho recuperato solo oggi. Se si vuole un riassunto all'osso, eccolo: tre importanti produttori di fotovoltaico (un'azienda americana, una cinese, una inglese) concordano nel fissare fra 4 o 5 anni la cosiddetta grid parity, e cioè il punto in cui l'elettricità dal fotovoltaico costerà quanto quella che deriva da fonti fossili.
5 anni sarebbero la metà del tempo che ci metteremo a costruire la nostra prima ed importantissima e convenientissima centrale nucleare.
martedì 27 gennaio 2009
venerdì 2 gennaio 2009
Un fumetto veloce, l'altro no
Natale è una (piccola, trascurabile) dannazione. Ti guardi intorno disperato e ti chiedi, per giorni, cosa puoi regalare ai tuoi cari, vicini e lontani. Ecco perchè ho sempre avuto in simpatia le persone che evitano di richiedermi sforzi di fantasia o magnifiche sorprese, e presto o tardi indicano, in maniera più o meno evidente, tutto ciò che vorrebbero sotto l'albero finto (quello da 9 euro preso da Auchan). Io, ovvio, ho fatto lo stesso, quest'anno: ho stilato la mia lista dei desiderata 4 christmas. And here they are below: due regali fumettistici, scartati e letti.
Primo: Factory di Morozzi / Petrucci, edito da Fernandel. Carino, divertente, gustosamente cattivo, ripropone la ormai classica, ma sempre gradevole, situazione "sconosciuti in luogo sconosciuto: e mo so cavoli vostri". Belli i disegni di Petrucci (che tra l'altro avevo già visto con Morozzi ne "il vangelo del coyote"): hanno un loro carattere ben riconoscibile, un loro modo peculiare di arrotondare nasi ed anatomie. Viene voglia di leggere i prossimi numeri (questo è il primo di una serie di volumi quadrimestrali), anche se rimane il dubbio sulla necessità di presentare il lavoro con questa frequenza (l'unico fumetto che sono davvero riuscito a seguire con cadenza di uscite meno che mensile è stato Gea. Assurdo, almeno per il mio cervello, l'esperimento Ignatz di Coconino). E poi forse è un pò troppo breve per i 12 euro del prezzo di copertina.
Secondo: 120, Rue de la Gare di Tardì / Malet. Sì carino, per carità, c'è uno scrittore noir di razza (almeno a detta dell'introduzione, chè io purtroppo mai nulla lessi di lui) e un fumettista spettacolare. Epperò quanto è dannatamentissimamente verboso! Parole parole parole parole che coprono le tavole, le invadono, relegano i disegni a spazi ritagliati quasi con timore. A scanso di equivoci, NO, NON è un fumetto, tantomeno un classico della narrazione a fumetti, come avventatamente la costola di copertina annuncia: trattasi dell'adattamento del primo romanzo su Nestor Burma. Adattamento: l'impressione, come per analoghi tentativi, è che si sia voluto pubblicare un romanzo corredato di (belle, perchè Tardì è sempre bravo) illustrazioni, sacrificando praticamente tutto quello che distingue il fumetto dalle altre forme narrative (si potrebbe dire: scannando la mcloudiana closure sull'altare della vicinanza all'originale). Se si cerca in giro, volendo, si troveranno più informazioni e di sicuro pareri opposti al mio (come qui).
Primo: Factory di Morozzi / Petrucci, edito da Fernandel. Carino, divertente, gustosamente cattivo, ripropone la ormai classica, ma sempre gradevole, situazione "sconosciuti in luogo sconosciuto: e mo so cavoli vostri". Belli i disegni di Petrucci (che tra l'altro avevo già visto con Morozzi ne "il vangelo del coyote"): hanno un loro carattere ben riconoscibile, un loro modo peculiare di arrotondare nasi ed anatomie. Viene voglia di leggere i prossimi numeri (questo è il primo di una serie di volumi quadrimestrali), anche se rimane il dubbio sulla necessità di presentare il lavoro con questa frequenza (l'unico fumetto che sono davvero riuscito a seguire con cadenza di uscite meno che mensile è stato Gea. Assurdo, almeno per il mio cervello, l'esperimento Ignatz di Coconino). E poi forse è un pò troppo breve per i 12 euro del prezzo di copertina.
Secondo: 120, Rue de la Gare di Tardì / Malet. Sì carino, per carità, c'è uno scrittore noir di razza (almeno a detta dell'introduzione, chè io purtroppo mai nulla lessi di lui) e un fumettista spettacolare. Epperò quanto è dannatamentissimamente verboso! Parole parole parole parole che coprono le tavole, le invadono, relegano i disegni a spazi ritagliati quasi con timore. A scanso di equivoci, NO, NON è un fumetto, tantomeno un classico della narrazione a fumetti, come avventatamente la costola di copertina annuncia: trattasi dell'adattamento del primo romanzo su Nestor Burma. Adattamento: l'impressione, come per analoghi tentativi, è che si sia voluto pubblicare un romanzo corredato di (belle, perchè Tardì è sempre bravo) illustrazioni, sacrificando praticamente tutto quello che distingue il fumetto dalle altre forme narrative (si potrebbe dire: scannando la mcloudiana closure sull'altare della vicinanza all'originale). Se si cerca in giro, volendo, si troveranno più informazioni e di sicuro pareri opposti al mio (come qui).
giovedì 1 gennaio 2009
87 quest'anno
Mi sarebbe piaciuto arrivare a 100, ma va bene anche così.
Nella curva statistica, immagino, la mia posizione è al margine, quando la curva è precipitata giù e termina piatta, quasi prossima al valore 0.
Dicono che 62 italiani su 100 non hanno letto libri l'anno scorso, che la spesa media annua procapoccia è stata di appena 65€. Nessun problema, i vostri libri me li sono letta io, e questi sono i più belli letti nel 2008

Nella curva statistica, immagino, la mia posizione è al margine, quando la curva è precipitata giù e termina piatta, quasi prossima al valore 0.
Dicono che 62 italiani su 100 non hanno letto libri l'anno scorso, che la spesa media annua procapoccia è stata di appena 65€. Nessun problema, i vostri libri me li sono letta io, e questi sono i più belli letti nel 2008

1. Richard Yates - Disturbo della quiete pubblica
Yates è stata la scoperta letteraria più bella dell'anno. Entrato immediatamente nella Hall of Fame accanto alla Homes, Coe, Coupland, Safran Foer, Eggers & Co. Non ho ancora letto Revolutionary Roads (che sembra esaurito un po' ovunque), ma questo è senz'altro il mio preferito tra tutti.
2. Richard Yates - Easter Parade
3. Dave Eggers - Erano solo ragazzi in cammino
Ricordo di averlo letto mentre volavo in Islanda quest'estate e di aver visto dietro le parole ogni paesaggio, animale e persona descritta da Valentino/Eggers. Inarrivabile!
4. Amélie Nothomb - Metafisica dei tubi
Altra lettura estivo/islandese. Illuminante descrizione del passaggio dallo stadio di "tubo" a quello di infante.
5. Nicole Krauss - La storia dell'amore
Un ottimo consiglio del mio libraio preferito (lo si trova sempre nel turno serale alla libreria Minimum Fax di Trastevere).
6. Richard Yates - L'uomo che cadde sulla terra
Il libro sì, il film (nonostante l'etereo Bowie) no!
7. Jonathan Safran Foer - Molto forte, incredibilmente vicino
Oskar, il miglior personaggio narrativo dell'anno!
8. Douglas Coupland - Hey Nostradamus
Il miglior Coupland letto fino adesso (ma mi mancano ancora diversi titoli - Microservi, Jpod, Eleanor Rigby e La sacra famiglia).
9. Paolo Mascheri - Il gregario
Acquistato per curiosità, una piccola rivelazione. Equilibrio perfetto tra personaggi, dialoghi, narrazione. La conferma, se ancora ve n'era bisogno, del livello qualitativo della Minimum Fax.
10.Paolo Cognetti - Una cosa piccola che sta per esplodere
Racconti eccezionali. Uno stile che si è raffinato con il tempo, addirittura migliore di Manuale per ragazze di successo.
Oltre a questi ve ne sarebbero molti altri (qui) illustrati, degni di menzione, ma per questo c'è Duffi, no?
Yates è stata la scoperta letteraria più bella dell'anno. Entrato immediatamente nella Hall of Fame accanto alla Homes, Coe, Coupland, Safran Foer, Eggers & Co. Non ho ancora letto Revolutionary Roads (che sembra esaurito un po' ovunque), ma questo è senz'altro il mio preferito tra tutti.
2. Richard Yates - Easter Parade
3. Dave Eggers - Erano solo ragazzi in cammino
Ricordo di averlo letto mentre volavo in Islanda quest'estate e di aver visto dietro le parole ogni paesaggio, animale e persona descritta da Valentino/Eggers. Inarrivabile!
4. Amélie Nothomb - Metafisica dei tubi
Altra lettura estivo/islandese. Illuminante descrizione del passaggio dallo stadio di "tubo" a quello di infante.
5. Nicole Krauss - La storia dell'amore
Un ottimo consiglio del mio libraio preferito (lo si trova sempre nel turno serale alla libreria Minimum Fax di Trastevere).
6. Richard Yates - L'uomo che cadde sulla terra
Il libro sì, il film (nonostante l'etereo Bowie) no!
7. Jonathan Safran Foer - Molto forte, incredibilmente vicino
Oskar, il miglior personaggio narrativo dell'anno!
8. Douglas Coupland - Hey Nostradamus
Il miglior Coupland letto fino adesso (ma mi mancano ancora diversi titoli - Microservi, Jpod, Eleanor Rigby e La sacra famiglia).
9. Paolo Mascheri - Il gregario
Acquistato per curiosità, una piccola rivelazione. Equilibrio perfetto tra personaggi, dialoghi, narrazione. La conferma, se ancora ve n'era bisogno, del livello qualitativo della Minimum Fax.
10.Paolo Cognetti - Una cosa piccola che sta per esplodere
Racconti eccezionali. Uno stile che si è raffinato con il tempo, addirittura migliore di Manuale per ragazze di successo.
Oltre a questi ve ne sarebbero molti altri (qui) illustrati, degni di menzione, ma per questo c'è Duffi, no?
lunedì 29 dicembre 2008
Nè qui nè altrove
Lavori lontano, anche se non troppo, ti sei costruito la tua esistenza ed anni di nuove esperienze in altri contesti, sfondi diversi. Eppure ogni natale ritorni a casa, ripercorri quella strada che dalla stazione porta alla traversa di Corso Cavour, prendi possesso della stessa stanzetta dove tante piccolissime cose sono successe. E cammini in riva a quel mare e quei lampioni, rivedi il profilo della città vecchia con la cattedrale che svetta, assapori i suoni alieni che sono stati i tuoi suoni per ventiquattr'anni. E' tutto qui, tutto immobile, con dettagli ai bordi che sfumano verso nuovi colori, elementi inattesi e crepe che ti fanno capire il tempo, il tempo che passa fregandosene di quella letterina al tuo babbo Natale privato, quella in cui esprimevi il banale desiderio di rimanere un eterno Peter Pan in una cristallizzata isola che non c'è.Bari a Natale è come un rito doloroso e dolce.
Poi arriva questo libricino di Carofiglio, questo esperimento che parte come una guida turistica alternativa. E ci sono amici che si ritrovano, come succede a te, che si ritrovano per salutarsi e tornare alle proprie esistenze, che ripercorrono i vecchi luogi puntando il dito verso momenti nei quali sembrava tutto possibile. Lo stile è sempre il suo, semplice, piano, scorrevole, efficace, magari a volte ruffiano, dolce, nel suo perenne equilibrio fra malinconia, sorriso, riconoscimento, saggezza ed ironia leggera sugli ingranaggi di tutto ciò che sta intorno, di tutto ciò che chiamiamo mondo.
Francamente non so che effetto può fare ad uno che non sia mai stato a Bari, che non abbia mai camminato per i nostri quartieri caotici, pericolosi ed a modo loro affascinanti, che non sappia qual è l'unica, vera, inimitabile focaccia, ovvero il cibo più proletario e gustoso del mondo.
Di sicuro leggere "nè qui nè altrove" qui ed ora è stata una splendida coincidenza ed un fantastico regalo di natale.
Un sentito grazie a Gianrico Carofiglio.
venerdì 26 dicembre 2008
Lucca posts: Playlove
Non so se mi sono stancato del gioco di alienizzazione del contesto che ormai è un suo marchio di fabbrica. Non so se risento dell'effetto negativo noto come "lettura di Keibol Black". Sta di fatto che l'ultima fatica di Martin mi ha lasciato parecchio freddo, il suo tratto volutamente ridotto all'osso mi è parso troppo spoglio, troppo frettoloso.Playlove è una storia di amore tradito che non ha nessun elemento davvero strano o malato o estremo (se si eccettua la parentesi nel locale dove i due protagonisti approfondiscono la loro conoscenza, ma anche lì è solo qualche flash). Mi si dirà: non è necessario. E' vero.
Il problema allora diventa duplice: anzitutto Playlove è una storia troppo semplice, che tende verso un colpo di scena finale che è quasi impossibile non aspettarsi. Lo stesso colpo di scena è troppo "ad incastro" con il resto della storia: sfrutta troppi dei personaggi fino allora descritti, sembra eccessivamente "deciso a tavolino".
Secondo: una storia piana, più che "normale", più che classica, resa con i canonici disegni gelidi e stranianti del nostro, genera, almeno in me, una sensazione di scollamento. Come se si fossero usati gli attrezzi o i materiali sbagliati per costruirla.
Last (and maybe least), mi ha infastidito il "dove le strade non hanno nome": la citazione degli U2, buttata lì, in evidenza, che balena come musica di sottofondo in due scene, senza alcun motivo (a meno, ovvio, che non mi sia perso qualcosa). Mi si dirà: perchè deve esserci un motivo? Beh, proprio perchè è lì, campeggia in copertina. Se tutti gli altri mattoni del racconto sono strettamente funzionali alla narrazione, come (va detto) è un pò consuetudine di Martin, mi sembra strano che la stessa logica non sia conservata per una cosa convenzionalmente indicativa (spesso più del titolo stesso) come il sottotitolo.
Per una recensione (e un parere opposto al mio): qui.
domenica 21 dicembre 2008
Lucca posts: Coconino Press
Lo stand Coconino è una delle prime tappe in ogni Lucca che si rispetti. Il motivo principale è che, se vuoi un disegno da Gipi, o arrivi presto oppure vedrai il tuo volume in cima ad una immonda pila che probabilmente sarà smaltita al Lucca successivo. Da un'analisi approfondita dei miei acquisti, la Coconino quest'anno si è accaparrata il 33% delle spese fumettistiche, per un totale di quasi cento evri. Ne valeva la pena? Sì, sì e sì.
Gipi: lmvdm. L'autore si racconta, in uno stream of consciousness di eventi personali (medici, amici, droghe) , che si distorcono e si trasfigurano sotto le lenti di una spettacolare ironia e di una fantasia a briglia sciolta. Il tutto senza perdere il filo, senza mai arrivare al caos. Godibilissimo, leggibilissimo, insomma, anche se con una struttura narrativa nient'affatto banale. Gipi si conferma davvero un autore superiore alla media, con disegni che sanno passare dallo "scarabocchio" di alcune pagine "disegnate male" ai fantastici acquerelli della piratesca storia-nella-storia. Da leggere, da comprare, da regalare a chiunque.
Gabriella Giandelli: sotto le foglie. La Giandelli traccia sogni alla Chagall, con figure che paiono burattini dai contorni spessi, il nero che invade le vignette, una fissità di espressioni che raramente si discosta da un neutro assistere, un neutro vivere, con una punta di malinconica accettazione del proprio ruolo segnato. Sogni e fantasmi, anche quando si tratta di micro storie di disperata quotidianità, drammi che si celano sotto le foglie di una vita passata a nasconderli. Lo straniero, il trait d'union dei due racconti nel volume, è l'occhio che li riporta alla luce, che assiste o genera la crisi prima della catarsi. Sotto le foglie sa calare in questo pozzo di assordanti gesti minimi e di disperazione inespressa con un ipnotico ritmo lento di immagini che si susseguono come una processione. Notevole.
Dominique Debeurme: Lucille. Il volume più costoso del catalogo Coconino (29 euro: in diretta "concorrenza" con lavori imprescindibili come Blankets e il Ponte di Nogunri). Il tratto di Lucille è leggero, sottile, raffinato (per una volta rubo una parola alla presentazione in quarta di copertina), le vignette si dispongono sulle pagine galleggiando in un mare bianco e rinunciando alla solita griglia da fumetto europeo, preferendo ritagliarsi posizioni proprie funzionali al racconto. Ricordano molto quel capolavoro che è non mi sei mai piaciuto di Chester Brown. La storia narra dell'intreccio fra due ragazzi e fra i rispettivi problemi di crescita, i demoni interiori che si portano dietro, l'anoressia in cui scivola lei, il destino soffocante di miseria che sembra chiudersi su di lui. Due anime che per motivi diversi arrivano a convincersi che la fuga, insieme, sia l'unica soluzione al mondo in cui vivono. Lucille è una storia d'amore, un romanzo di formazione, parla di sogni e di come il mondo reale si diverta a troncarli. Se serve dargli un pedigree, ha vinto ad Angouleme (nel 2007, premio Goscinny). Di sicuro è stata una vittoria stra meritata. Spettacolare.
Francesca Ghermandi: Hiawata Pete. E' una raccolta di vecchie strisce della Ghermandi, per l'occasione ricolorate. Sono i suoi disegni: inconfondibili e sempre molto espressivi. Il protagonista si muove in un mondo bizzarro ripieno fino a scoppiare di oggetti strampalati e personaggi impossibili. Il ritmo però rimane molto a la paperi disney, senza discostarsi dai canoni del genere. Il risultato, forse anche per l'età delle storie, è decente ma il volume non mi sembra imprescindibile.
Davide Toffolo: cinque allegri ragazzi morti (vol. 1 e 2). Le prime storie dei ragazzi morti, con la riproposizione della genesi del gruppo, in versione original (che disegni strani!) e riveduta / aggiornata. C'è tutto lo stile del nostro, con quel tratto classico, levigato e un pò teatrale, a volte riecheggiante Magnus, sempre molto piacevole. Le storie sono ingenue e declamatorie, con i nostri che sembrano costantemente intenti a dichiarare il proprio statuto di esseri al di là delle regole della vita. Ma i due volumi si leggono bene, divertono, e i cd in aggiunta sono un ulteriore regalo in più, forse per completisti della band del Tofo, ma comunque interessanti.
Gipi: lmvdm. L'autore si racconta, in uno stream of consciousness di eventi personali (medici, amici, droghe) , che si distorcono e si trasfigurano sotto le lenti di una spettacolare ironia e di una fantasia a briglia sciolta. Il tutto senza perdere il filo, senza mai arrivare al caos. Godibilissimo, leggibilissimo, insomma, anche se con una struttura narrativa nient'affatto banale. Gipi si conferma davvero un autore superiore alla media, con disegni che sanno passare dallo "scarabocchio" di alcune pagine "disegnate male" ai fantastici acquerelli della piratesca storia-nella-storia. Da leggere, da comprare, da regalare a chiunque.
Gabriella Giandelli: sotto le foglie. La Giandelli traccia sogni alla Chagall, con figure che paiono burattini dai contorni spessi, il nero che invade le vignette, una fissità di espressioni che raramente si discosta da un neutro assistere, un neutro vivere, con una punta di malinconica accettazione del proprio ruolo segnato. Sogni e fantasmi, anche quando si tratta di micro storie di disperata quotidianità, drammi che si celano sotto le foglie di una vita passata a nasconderli. Lo straniero, il trait d'union dei due racconti nel volume, è l'occhio che li riporta alla luce, che assiste o genera la crisi prima della catarsi. Sotto le foglie sa calare in questo pozzo di assordanti gesti minimi e di disperazione inespressa con un ipnotico ritmo lento di immagini che si susseguono come una processione. Notevole.
Dominique Debeurme: Lucille. Il volume più costoso del catalogo Coconino (29 euro: in diretta "concorrenza" con lavori imprescindibili come Blankets e il Ponte di Nogunri). Il tratto di Lucille è leggero, sottile, raffinato (per una volta rubo una parola alla presentazione in quarta di copertina), le vignette si dispongono sulle pagine galleggiando in un mare bianco e rinunciando alla solita griglia da fumetto europeo, preferendo ritagliarsi posizioni proprie funzionali al racconto. Ricordano molto quel capolavoro che è non mi sei mai piaciuto di Chester Brown. La storia narra dell'intreccio fra due ragazzi e fra i rispettivi problemi di crescita, i demoni interiori che si portano dietro, l'anoressia in cui scivola lei, il destino soffocante di miseria che sembra chiudersi su di lui. Due anime che per motivi diversi arrivano a convincersi che la fuga, insieme, sia l'unica soluzione al mondo in cui vivono. Lucille è una storia d'amore, un romanzo di formazione, parla di sogni e di come il mondo reale si diverta a troncarli. Se serve dargli un pedigree, ha vinto ad Angouleme (nel 2007, premio Goscinny). Di sicuro è stata una vittoria stra meritata. Spettacolare.
Francesca Ghermandi: Hiawata Pete. E' una raccolta di vecchie strisce della Ghermandi, per l'occasione ricolorate. Sono i suoi disegni: inconfondibili e sempre molto espressivi. Il protagonista si muove in un mondo bizzarro ripieno fino a scoppiare di oggetti strampalati e personaggi impossibili. Il ritmo però rimane molto a la paperi disney, senza discostarsi dai canoni del genere. Il risultato, forse anche per l'età delle storie, è decente ma il volume non mi sembra imprescindibile.
Davide Toffolo: cinque allegri ragazzi morti (vol. 1 e 2). Le prime storie dei ragazzi morti, con la riproposizione della genesi del gruppo, in versione original (che disegni strani!) e riveduta / aggiornata. C'è tutto lo stile del nostro, con quel tratto classico, levigato e un pò teatrale, a volte riecheggiante Magnus, sempre molto piacevole. Le storie sono ingenue e declamatorie, con i nostri che sembrano costantemente intenti a dichiarare il proprio statuto di esseri al di là delle regole della vita. Ma i due volumi si leggono bene, divertono, e i cd in aggiunta sono un ulteriore regalo in più, forse per completisti della band del Tofo, ma comunque interessanti.
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